Per la prima volta dopo nove anni non saremo in termini di volumi i primi produttori lasciando il posto alla Francia, ma è davvero questa la discriminante? Pare proprio di no, ma la sostenibilità una priorità deve esserla

Per la vendemmia 2023 è tempo di stime. Se è vero che l’Italia dopo nove anni cede lo scettro della quantità alla Francia, è pur vero che la partita si gioca sulla qualità e che i cambiamenti climatici la loro presenza la fanno sentire. Facciamo un po’ il punto.

 

I numeri della vendemmia 2023

A fare le stime come ogni anno sono l’Uiv (Unione italiana vini), Isema e Assoenologi. In termini di quantità il nord fa bene, mentre centro e sud soffrono moltissimo con cali che vanno dal 20 al 40 per cento e una diminuzione del 12 per cento degli ettolitri prodotti pari ad un meno 12 per cento rispetto al 2022. Numeri importanti, ma non devono far paura, su questo sono tutti d’accordo.

Entrando nel dettaglio si vede come a nord chi scende in vista della conclusione della vendemmia 2023, lo fa poco come il Piemonte che registra un calo del 2 per cento, ma chi sale lo fa bene. E’ il caso del Veneto che cresce del 5 per cento, ma ancor più della Lombardia che incrementa la produzione del 15 per cento.

Netto lo stacco con il centro sud dove la “peggiore” (parliamo sempre di quantità) risulta essere l’Abruzzo con un calo stimato del 40 per cento Non va tanto meglio alle Marche la Sicilia e la Puglia (meno 30 per cento) e a passarsela male sono anche Toscana e Lazio (meno 20 per cento). Meno peggio l’Emilia Romagna dove il calo si calcola in una diminuzione di produzione del 4,5 per cento. Tutto comunque ancora da definire dato che il grosso del lavoro andrà avanti fino ad ottobre. Certo è che la Peronospora alla vendemmia 2023 i suoi danni li ha fatti (non sulla bontà delle uve) insieme al caldo di quella che è stata una delle estati più calde di sempre.

E la qualità? Su questo fronte possiamo stare tranquilli. A quanto pare non ne risentirà affatto e non c’è che da augurarsi che quando si tireranno le somme sarà tutto confermato. Di certo i dati sulle basi spumante e le varietà che maturano e si vendemmiano prima, sembrano confermare la previsione.

 

La Francia supera l’Italia: lo zampino del cambiamento climatico

La notizia è rimbalzata ovunque, in Italia e all’estero: dopo nove anni di dominio l’Italia cede lo scettro della produzione ai cugini d’oltralpe. Saranno loro quest’anno a fare più vino sebbene, va detto, parliamo di una differenza minimale: 44 i milioni di ettolitri di vino “nostrano” che si stima saranno prodotti a fronte dei 45 francesi. Anche in questo caso però, tutto da vedere in realtà perché le prossime settimane saranno determinanti per la maturazione delle uve: le tardive esistono.

Che sia una vendemmia “più leggera” come l’hanno definita gli addetti ai lavori, è vero e questo anche per gli “effetti cronici dei cambiamenti climatici” che hanno creato andamenti climatici estremi, tra cui oltre il 70 per cento giorni di pioggia nei primi 8 mesi dello scorso anno. Uno degli elementi che ha portato alle differenze che si registrano nel Paese.

Ma alla fine il discorso alla fine è sempre lo stesso: conta più la quantità o la qualità? Ovviamente avere entrambe non è male, ma lo scarso lo dà sempre la qualità e comunque nonostante il calo numerico preoccupazione non ce n’è. Questo sia perché sulla qualità non si discute (e abbiamo visto come le prime notizie facciano ben sperare anche per il 2023), ma anche perché, spiega il commissario straordinario di Isema Livio Proietti, c’è un alto livello di giacenze. Parliamo di 49 milioni di ettolitri “il dato più alto degli ultimi sei anni”.

Se proprio un problema c’è, aggiunge, non è quello della quantità in termini di volumi quanto piuttosto “il rallentamento della domanda interna ed estera, che sta deprimendo i listini soprattutto dei vini da tavola e degli Igt”. Dunque il calo numerico potrebbe essere una cosa buona se capace di rimettere in equilibrio domanda e offerta.

 

Il commento del presidente dell’Uiv Lamberto Frescobaldi

Una storiella che va sfatata quella di essere leader di produzione perché, afferma il presidente dell’Unione italiana vini Lamberto Frescobaldi, “non ci possiamo più permettere vendemmie da 50 milioni di ettolitri e non può essere una malattia fungina a riequilibrare una situazione che ha portato di recente al record di giacenze degli ultimi anni. Sorprende, a questo proposito, come molti si preoccupino ancora di rimanere detentori di uno scettro produttivo che non serve più a nessuno: oggi più che mai si impongono scelte politiche di medio e lungo periodo, a favore della qualità e di una riforma strutturale del settore”.

Se ci sono delle priorità queste per Frescobaldi sono quella di arrivare al decreto sulla sostenibilità e rivedere l’autorizzazione “a pioggia” dei nuovi vigenti in base alle performance delle denominazioni, il presidente Uiv suggerisce la chiusura del decreto sulla sostenibilità e la revisione dei criteri per l’autorizzazione “a pioggia” di nuovi vigneti in base alle performance delle denominazioni e la riduzione delle rese dei vini generici oltre che una totale messa a punto del sistema delle Dop e le Igp.

Queste le vere condizioni per fare il grande salto di qualità che si attende da fin troppo tempo.

 

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