Negli Usa 2 consumatori su 10 lo scelgono. Ma la difficoltà della lettura in etichetta dimezza le opportunità. In Italia la sostenibilità è in continuo aumento tra i filari con Montalcino che punta sul distretto bio

Parliamo spesso di sosteniblità del vino. I produttori si convertono sempre di più al biologico, puntando su un’agricoltura quanto più sostenibile. I casi non sono pochi. Nelle Marche c’è stato un exploit, la Sicilia resta la regione dove il bio, in vigna, ha il predominio. La Toscana, con molteplici esempi a cominciare da quello del Nobile di Montepulciano che mira a diventare la prima denominazione e impatto zero, fa capire come sostenibilità, mercati e tutela dell’ambiente si intersechino alla perfezione laddove si riesce a fare sistema. VinNatur come una scelta spesso difficile possa portare a grandi risultati. Risulati che dipendono anche dalla resistenza delle viti su cui la ricerca si muove con diversi approcci.

Ora, a confermare che andare nella direzione della sostenibilità sia un bene indiscutibile, è Nomisma di Wine Monitor: gli acquisti sono in continua crescita e le certificazioni sono un valore aggiunto che ai consumatori piace.

 

Sostenibilità del vino: guardare all’America per comprendere l’andamento globale

 

Sostenibilità del vino california

Ph: piccola azienda vitivinicola di Sonoma – California

 

La ricerca presentata in occasione del workshop organizzato da Nomisma in collaborazione e con il patrocino del Ministero dell’Ambiente a Bologna ha incentrato la sua attenzione sulle prospettive di mercato che i vini sostenibili possono avere. Non solo dentro i confini nazionali, ma soprattutto per l’export. Lo sguardo è caduto sui mecati ad alto reddito come quello Nord Europeo (Norvegia e Svezia in particolare) e, ovviamente Stati Uniti.

E i trend arrivano proprio da qui: “2 consumatori su 10 acquistano vini sostenibili certificati” in America, si legge nella ricerca. “La platea dei potenziali interessati – sottolinea  il responsabile Nomisma Denis Pantini è almeno il doppio. La difficoltà di identificarli, però, figura tra i principali ostacoli ad una maggior diffusione di questi vini”.

Negli Usa il trend è verso i vini stranieri, ma anche e soprattutto verso quelli prodotti sul territorio nazionale. L’esempio più lampante è quello di Sonoma in California. Si tratta della seconda contea dello Stato con la più grande estensione in termini di vigento. Seconda solo a San Joaquin, a Sonoma 14 mila ettari sono coltivati secondo i criteri della sostenibilità. Si tratta del 60% della superficie complessiva. L’obiettivo è portare al 100% il dato entro il 2019.

 

La sostenibilità ambientale: il terzo motivo di preoccupazione più sentito dagli americani

 

L’asset sarà cresciuto anche a causa delle politiche di Donald Trump che, in materia ambientale, non è di certo tra i difensori del territorio e del Pianeta in generale. Certo è che, stando a quanto detto da Deni Pantini, proprio questo è il terzo motivo di preoccupazione più sentito dagli americani. Terrorismo e assistenza sanitaria lo precedono, a dimostrazione di quanto alto sia il sentiment verso questo tipo di problematica.

“E’ anche sull’onda di questa sensibilità che si inserisce l’acquisto dei diversi vini sostenibili (californiani e australiani soprattutto), comprato oggi da due consumatori statunitensi su 10”, ha specificato Pantini. Un numero estrapolato da un sondaggio compiuto su 1.500 consumatori di vino residenti negli States tra New York, California e Florida. I tre stati che congiuntamente incidono per oltre il 50% sul valore delle importazioni complessive di vino negli Usa.

 

Sostenibilità del vino: il problema è tutto nella difficoltà di leggere l’etichetta

 

Sostenibilità del vino etichetta

 

Mentre si perde tempo (concedetecelo) a dibattere sul se mettere o no le calorie in etichetta, si perde di vista l’essenziale: far sì che l’etichetta sia, prima di tutto, comprensibile e identificabile. Secondo Nomisma, infatti, nonostante il grande consumo e la sempre maggiore diffusione, quello dei vini sostenibili, ad oggi, poteva essere un mercato ancor pi ùredditizio. L’etichetta, ha spiegato sempre Pantini, si confonde tra le tante certificazioni è c’è poca promozione e diffusione del concetto di sostenibilità quando si parla di vino.

Un gap che andrebbe colmato anche in considerazione del fatto che il 56% dei consumatori intervistati si dichiara disposto a spendere di più per un vino sostenibile. Ben l’86% dichiara comunque un interesse potenziale all’acquisto. “La profilazione del consumatore americano di vini sostenibili ha fornito l’identtikit dell’acquirente tipo”. Di chi si tratta? Di un Millennial, solitamente maschio con titolo di studio elevato ed elevato reddito. “Un profilo che si discosta completamente da quie baby boomers che surveu Wine Monitor ha indicato come i pi ùavversi a qualsiasi forma di comportamento sostenibile”.

 

 

Sostenibilità del vino:  in Italia, intanto, inizia una nuova esperienza. Quella del Montalcino Bio

 

Sostenibilità del vino montalcino

 

Dire Brunello, nel mondo, equivale a dire Montalcino e il luogo dove vinifica uno dei rossi più apprezzati nel mondo. Abbiamo accennato, all’inizio, a diverse esperienze positive che testimoniano come l’Italia dei vini punti sempre più sulla sostenibilità. Tra questi ce anche l’ultimo, in ordine di tempo, che arriva sempre dall’avangauardista Toscana: Montalcino Bio. Il distretto biologico nato dalla volontà dei produtti che hanno compreso l bisogno di tutelare l’equilibrio naturale e la qualità produttiva dei territori del vino italiano.

Un distretto biologico di cui fanno parte tutti (o quasi) gli attori principali che del Brunello di Montalcino sanno esprimere il meglio. Parliamo della zona di Col d’Orcia e dei suoi 140 ettari vitati; di Castiglion del Bosco che, id ettari, ne ha 62; di Castelgiocondo di Frescobaldi, Poggio di Sotto e San Paolo. Cinquanta aziende e oltre 600 ettari vitati con molti di questi ancora in fase di riconversione. Distretto rurale, Montalcino, è stato riconosciuto nel 2016. Ma l’idea di convertire al Bio tutto il territorio era già nei piani dal 2015. La superficie vitata rappresenta solo il 15% del territorio. E’ pur vero che il 50% è bosco naturale, e la parte restane si divide tra le altre tipologie di coltivazione.

 

Sua maestà il Sangiovese

Il tentativo, concreto, è dunque quello di creare una realtà completamente bio che possa esaltare e conservare la biodiversità che, percentuali alla mano, si trova in questo territorio che si estende per 24mila ettari. Il 7 luglio tutti coloro che ne fanno parte, a cominciare da Marone Cinzanto proprietario di Col d’Orcia, si sono incontrati per valutare possibilità e prospettive. La conclusione è stata unanime. Perché il progetto diventi realmente tale c’è bisogno della partecipazione di tutti, cittadini compresi. Pubblico e privato che si incontrano all’insegna della sostenibilità dunque e del Sangiovese. Il 17% dei 3.500 ettari vitati è già bio. Tanti sono già in riconversione. Tanti altri si intende spingere nella stessa direzione. Partecipazione sì, ma anche e soprattutto certificazione. Ottenerla vorrebbe dire non soltanto qualità, ma anche riconoscibilità.

La stessa che, oggi, troppo spesso manca.